Bar Bip, una casa nata da quarant’anni di amicizia

Aperto il 20 maggio nella ex sala parocchiale un bar che è uno spazio di lavoro, incontro e familiarità per togliere l’asterisco alla disabilità e vedere prima di tutto le persone

«Togli l’asterisco. Guarda davvero». Per entrare al Bar Bip bisogna passare da qui: da una frase scritta sui gradini che conducono al bar, negli spazi della parrocchia del Rosario. Non è una decorazione, né uno slogan messo lì per caso. È quasi una soglia. Prima ancora del bancone, dei tavolini, del profumo del caffè, chiede a chi entra di fare una cosa semplice e difficile insieme: cambiare sguardo.

Dentro, il messaggio continua. Su una parete si legge: «Bip è il suono della censura. L’asterisco è il suo segno. Per anni, racconta quella scritta, l’asterisco ha coperto parole, storie, persone». Anche la disabilità, spesso, è stata trattata così: qualcosa da segnalare, attenuare, mettere tra parentesi. Al Bar Bip, invece, l’asterisco si toglie. Non per cancellare la disabilità, ma per smettere di usarla come filtro. Per vedere la persona prima dell’etichetta. Per chiamare le cose con il loro nome. Per mettere al centro l’essere.

Credits Tullia Diena

È da questa idea che nasce il Bar Bip: un bar vero, aperto al quartiere, ma anche uno spazio di lavoro, incontro e familiarità per ragazzi con disabilità. Dietro il progetto c’è una cooperativa sociale di tipo B fondata da Roberto D’Ambrosio, Ambra Trussardi, Enrico Varenna e Antonio De Franciscis. E dietro la cooperativa c’è una storia ancora più lunga, cominciata circa quarant’anni fa nella parrocchia del Rosario, quando un’amicizia diede origine al gruppo Bip.

All’inizio c’erano Roberto D’Ambrosio, per tutti Robi, allora giovane dell’oratorio, e Marco, un ragazzo con disabilità della comunità. Fu il parroco a chiedere a Robi di passare un po’ di tempo con lui. Da quel gesto semplice nacque poco alla volta un gruppo fatto di relazioni, uscite, serate, vacanze, tombole, bowling, tempo condiviso.

«Il gruppo Bip nasce da un’amicizia», racconta Ambra Trussardi, una delle socie fondatrici del progetto. «Da lì è diventato un gruppo che si occupa del tempo libero dei nostri ragazzi: gite, serate, vacanze, momenti insieme. Siamo sempre rimasti un gruppo di amici molto eterogeneo».

Negli anni quel gruppo è cresciuto insieme alla parrocchia. I volontari di allora sono diventati adulti, molti hanno portato con sé le proprie famiglie, nuovi ragazzi e nuove generazioni si sono aggiunti. Dal 1989 c’è anche la vacanza estiva del gruppo Bip, un appuntamento che per molti è diventato parte della propria storia personale e comunitaria. Non una parentesi organizzata “per” qualcuno, ma un pezzo di strada vissuto insieme.

Credits Tullia Diena

«Tutti noi volontari siamo diventati grandi nel gruppo e abbiamo portato con noi le nostre famiglie», spiega Ambra. «Ormai è un gruppo di amici e famiglie che si occupa del tempo libero dei nostri ragazzi». È una familiarità costruita negli anni, senza clamore, dentro le giornate ordinarie della parrocchia: gli incontri, le feste, le cene, le gite, le vacanze, i ritorni.

A un certo punto, però, dentro questa storia è maturata una domanda nuova: era possibile fare qualcosa in più? Non fermarsi al tempo libero, pur prezioso, ma creare anche un’occasione di formazione, lavoro, autonomia e presenza quotidiana nel quartiere? Da questa domanda prende forma il Bar Bip.

«Ci ha spinti il desiderio di provare a dare qualcosa di più ai nostri ragazzi oltre alla gestione del tempo libero», racconta Ambra. Dall’idea iniziale il progetto è cresciuto, ha richiesto una forma più stabile ed è arrivato alla nascita di una cooperativa sociale di tipo B, pensata proprio per l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate.

I quattro soci fondatori — Roberto D’Ambrosio, Ambra Trussardi, Enrico Varenna e Antonio De Franciscis — hanno messo insieme esperienze diverse: la storia del gruppo Bip, il legame con la parrocchia, competenze amministrative, imprenditoriali, commerciali, organizzative e una conoscenza concreta del mondo del lavoro e della ristorazione. Ma la spinta comune è stata soprattutto una: dare continuità e concretezza a un’intuizione nata dal volontariato. «Prima eravamo solo un gruppo di amici», ricorda Ambra. «Per chiedere contributi, firmare contratti e costruire un progetto stabile dovevamo darci una forma. Così è nata la cooperativa».

Anche lo spazio in cui oggi si trova il Bar Bip ha una sua storia. Non era un locale qualunque, ma una sala del complesso parrocchiale, legata allo studentato e utilizzata in passato per riunioni, studio, incontri, corsi e attività della comunità. Aveva una piccola cucina, tavoli, una parte destinata a deposito. Con i lavori è stata trasformata in un bar aperto, luminoso, accogliente: un luogo nuovo, ma radicato in una storia già esistente, quella della parrocchia, del gruppo Bip e del quartiere.

Il Bar Bip ha aperto il 20 maggio. Prima di quella data c’è stato un lungo lavoro preparatorio: il progetto economico, la ricerca dei fondi, i lavori, i fornitori, le pratiche, i turni, la formazione. Accanto ai soci fondatori è arrivato Alessandro Luciani, coordinatore del bar, 29 anni, cresciuto anche lui dentro la storia del gruppo Bip perché figlio di una volontaria storica. Laureato in design, con anni di esperienza nella ristorazione, quando ha saputo del progetto ha scelto di seguirlo da vicino.

Tullia Diena

Oggi Alessandro accompagna i ragazzi nel lavoro quotidiano. Alcuni sono assunti, altri inseriti in tirocinio formativo, altri ancora partecipano come volontari. C’è chi lavora al banco, chi in cucina, chi impara a gestire i turni e il rapporto con i clienti. L’obiettivo non è semplicemente “tenere occupati” i ragazzi, ma formarli davvero, rispettando tempi, possibilità e capacità di ciascuno.

«Il nostro obiettivo è far svolgere loro un tirocinio e poi, quando possibile, assumerli», sottolinea Ambra. «Non vogliamo che si fermi tutto a un percorso continuo di tirocini». Per questo il progetto si appoggia anche a realtà esterne, come il Consorzio Mestieri Lombardia Agenzia Milano 2 e Consorzio Sir, che accompagnano i percorsi di inserimento lavorativo, le pratiche legate al collocamento mirato e il dialogo con le famiglie.

Le famiglie, appunto. Al Bar Bip non sono un dettaglio. Molti ragazzi sono conosciuti da anni, alcuni da quando erano bambini. I genitori hanno accompagnato passaggi, documenti, scelte, timori e speranze. I volontari non sono figure occasionali, ma parte di una rete cresciuta nel tempo. È anche per questo che il bar ha subito assunto il volto di una casa: un posto dove entrare non solo quando si è di turno, ma anche per fermarsi, salutare, fare due chiacchiere, sentirsi accolti.

«Finora ci era sempre mancato uno spazio dedicato», dice Ambra. «Uno spazio che i ragazzi potessero sentire loro». Il BarBip risponde anche a questo bisogno semplice e profondo: avere un luogo riconoscibile, familiare, quotidiano. Non uno spazio preso in prestito per qualche ora, ma un punto di riferimento. Un posto dove la presenza dei ragazzi non sia eccezione, ma normalità. «E oggi questo è uno spazio in cui i nostri ragazzi si sentono liberi di esprimersi e non si sentono giudicati». Chi entra al Bar Bip trova un bancone, un caffè, una colazione, un pranzo, un aperitivo. Ma trova anche un modo diverso di stare insieme, più diretto, più umano.

Il Bar Bip, però, non parla solo alla parrocchia. Fin dall’inizio si è aperto al quartiere e alla città. Molte persone lo hanno scoperto attraverso il passaparola, i gruppi social di zona, le segnalazioni dei vicini. Alcuni sono entrati per curiosità, altri perché cercavano un bar nuovo, altri ancora perché avevano sentito parlare del progetto. C’è chi poi è tornato, chi lo ha raccontato ad altri, chi ha chiesto di dare una mano come volontario pur non conoscendo prima il gruppo Bip.

Credits Tullia Diena

È uno degli aspetti più belli di questa esperienza: da una storia nata dentro la parrocchia si sta costruendo un luogo capace di creare legami anche fuori. Il Bar Bip è un bar di prossimità, ma non chiuso nel proprio perimetro. È radicato nel Rosario, ma aperto al quartiere. Nasce da un gruppo di amici, ma diventa punto di riferimento per molti. Tiene insieme familiarità e incontro con l’esterno, memoria e futuro, volontariato e professionalità.

In una città dove tanti locali nascono e cambiano rapidamente, spesso senza intrecciarsi davvero con la vita delle persone, il Bar Bip prova a fare il contrario. Vuole essere un luogo che resta, che riconosce i volti, che costruisce abitudini, che rende naturale l’incontro. La colazione, il caffè, il pranzo o l’aperitivo diventano così occasioni per accorciare le distanze.

«Con questa cosa diamo anche modo di avvicinarsi alla disabilità a persone che magari non l’hanno mai incontrata da vicino», osserva Ambra. Non tutti si sentono portati per ogni forma di volontariato, spiega. Ma un bar rende l’incontro più semplice. Si entra per bere qualcosa e si scopre una comunità. Si viene serviti da un ragazzo che sta imparando un mestiere. Si scambia una parola. Si torna.

È così che si toglie l’asterisco: non con grandi discorsi, ma nella vita quotidiana. In un turno rispettato, in una brioche servita, in una correzione fatta con pazienza, in un volontario che passa ad aiutare, in una famiglia che si sente meno sola, in un cliente che impara a guardare senza imbarazzo. Il BarBip non cancella la disabilità e non la nasconde. La rimette dentro la vita comune, dove appartiene.

La radice resta il gruppo Bip, con la sua storia lunga quarant’anni. Il bar è il passo nuovo: uno spazio aperto, visibile, abitato. Una casa per i ragazzi, una proposta per il quartiere, un segno per tutta la comunità del Rosario. Sulla parete c’è scritto che al BarBip «niente è nascosto». Ed è forse questo il senso più semplice e più grande del progetto: togliere ciò che copre, anche un piccolo asterisco, per vedere finalmente le persone.