Viaggio in Cina: riflessione di Don Marco

Fare un articolo sulla Cina è come pensare di versare un secchio d’acqua nel mare per riempirlo.
È una sensazione che ho provato fin dall’inizio: quella di essere davanti a qualcosa di infinito, poliedrico, difficile da contenere, impossibile da comprendere fino in fondo.
Parliamo di una nazione con oltre un miliardo e quattrocento milioni di persone, una civiltà che affonda le sue radici in più di 5000 anni di storia. Numeri che, già solo a pensarli, fanno perdere il senso delle proporzioni “normali”. Le città sono gigantesche, quasi fantascientifiche per chi è abituato a dimensioni più “umane”. Tutto in Cina sembra essere “oltre”: oltre nei numeri, oltre nello sviluppo, oltre nella velocità con cui le cose accadono.

Ritengo questa premessa come fondamentale: so bene infatti che queste righe non possono spiegare la Cina. Per questo preferisco chiamarle semplicemente “impressioni”. Le mie impressioni, a caldo.

Tutto è cominciato con un percorso di preparazione. Abbiamo avuto in padre Paolo Consonni (missionario Comboniano per 27 anni in Cina) e Alessandra Rimondi (responsabile dell’Agenzia Frate Sole) due figure che ci hanno introdotto in questo paese, dandoci dei primi “bozzetti” della realtà. Già in quei momenti percepivo che non si trattava solo di visitare un luogo, ma di entrare, almeno in parte, in un modo di pensare differente. Padre Paolo ci ha raccontato in modo particolare la situazione della Chiesa cattolica in Cina, l’inizio dell’arrivo del Cristianesimo e la condizione attuale, di fatto molto precaria a causa del soffocante e persecutorio intervento statale.
Successivamente abbiamo avuto in Stella, Giovanni e Matteo (tutti “nomi d’arte” rispetto alla traduzione cinese) delle guide locali splendide per dedizione e attenzione nei nostri confronti.

Quando siamo arrivati, la prima cosa che mi ha colpito è stato il modo di pensare dei cinesi. In seguito infatti all’influenza del confucianesimo, del taoismo, del buddismo e dell’impostazione sociale attuale voluta dal partito comunista cinese, ho avuto la sensazione che l’individuo conti in forma più relativa rispetto al tutto della società. Come se ogni persona fosse parte di un grande puzzle, dove l’armonia collettiva viene prima delle esigenze del singolo. È un’idea, discutibile e forse parziale, che, da occidentale, mi ha fatto riflettere molto. Le religioni (più filosofie di vita che tali, proprio per mancanza di divinità… soprattutto sono insegnamenti sapienziali) hanno molto contributo a formare l’anima del cinese, a disegnare delicatamente una simbolica della persona.
Allo stesso tempo, mi ha affascinato la profondità della storia cinese. Le dinastie, come i Ming e i Qing, non sono solo nomi studiati sui libri, ma tracce vive che ancora oggi si percepiscono nella cultura, nell’arte, nel modo di vivere. Un’arte che mi è sembrata sobria, mai eccessiva, ma proprio per questo elegante e ricca di significato. Luoghi come la “Città Proibita”, alcune ex Residenze imperiali, la grande Muraglia Cinese, alcuni Templi buddhisti, Pagode, siti archeologici come quelli dell’Esercito di Terracotta sono stati per me simboli di una cultura diversa, per me sconosciuta. La sapienza orientale ha tratti molto più immanentistici, diversi da quelli occidentali. Esprime saggezza e profondità, interiorità e ascesi, disciplina ed essenzialità.

Un altro aspetto che mi ha fatto pensare è stato quello legato alla condizione della donna. Oggi la situazione è profondamente cambiata, e questo è evidente. Ma sapere che in passato esistevano pratiche come quella del concubinato (donne al totale servizio dell’Imperatore o dell’uomo) o del “piede fasciato” mi hanno colpito molto. Pensare a donne costrette a sopportare dolore fisico agli arti inferiori per aderire a un ideale di femminilità imposto da maschi mi ha fatto riflettere su quanto sia stato lungo e difficile il percorso verso una maggiore dignità.

Poi c’è la Cina di oggi.
E qui la sorpresa è stata ancora più grande.
La crescita economica è qualcosa che si vede, si tocca. È impossibile non accorgersene. Rispetto a pochi decenni fa, il cambiamento è enorme! Non ci sono più le immagini di povertà estrema che spesso associamo al passato ( persone tutte con lo stesso vestito con spostamenti in bicicletta). Il livello di vita si è alzato in modo evidente e tutto sembra funzionare con una precisione quasi impressionante.
Città come Shanghai (ma anche Pechino, Xian e tante altre) mi hanno dato la sensazione di essere già nel futuro. Grattacieli altissimi, tecnologie ovunque, una modernità che non è solo apparenza ma realtà quotidiana. In certi momenti mi sembrava di essere dentro un film di fantascienza (almeno per me, piccolo milanese…) tanto tutto appariva avanzato, digitalizzato e grande. Le città mi sembravano autentici formicai, piene di milioni di persone, tutti con un ruolo ben definito e preciso. Le strade attraversate da milioni di macchine elettriche, persone in movimento caoticamente e ordinatamente insieme, centri commerciali sempre giganteschi e iperaffollati. Tutto sembra insomma taglia XXL…

Eppure, proprio in mezzo a tutta questa grandezza, dentro di me è rimasta una domanda. La Cina ha tutto questo: potenza, sviluppo, organizzazione, storia, cultura.
Ma le manca qualcosa?
La risposta che ho sentito nascere dentro di me è stata: “sì”.
Le manca la libertà. “Libertà va cercando, ch’è sì cara, / come sa chi per lei vita rifiuta”. Dante Alighieri la considerava il dono più grande per l’uomo. Non solo libertà materiale, ma libertà di pensare, di esprimersi, di professare.
Non è un giudizio, o almeno non vuole esserlo in modo superficiale. Ho visto infatti il miglioramento collettivo e strutturale della società cinese, fortemente e irreversibilmente proiettata anche a livello internazionale. E c’è anche una sostanziale e positiva libertà quotidiana della vita cinese, senza grandi speculazioni filosofiche. La mia è però una riflessione personale, nata dall’incontro – anche se breve e parziale – con una realtà così diversa dalla mia, forse scarsamente percepita dai diretti interessati. Cos’è la libertà per un uomo? Qual è il vero senso dello stare bene? Basta il benessere materiale nella vita? Quali domande spesso evitiamo in una società? Chi decide per me e perché?
Forse è proprio questo che mi porto a casa: non delle risposte definitive, ma delle domande.

E la consapevolezza che capire davvero la Cina è un viaggio molto più lungo di qualsiasi articolo.

Don Marco